Get Adobe Flash player

Giampilieri un anno dopo

Giampilieri e dintorni un anno dopo

Di fronte ad una tragedia come quella consumatasi lo scorso anno, l’indifferenza sarebbe un reato. L’Eurispes Sicilia, nel primo anniversario, ha con grande partecipazione realizzato uno studio in collaborazione con l’Ordine Regionale dei Geologi, presentato a Palermo ieri, 21 Ottobre 2010.

Le indagini da noi realizzate mirano in tutti i casi ad un approfondimento dei dati reali, che assunti sul piano statistico, definiscono quadri rappresentativi di attualità e prospettive. Cristallizzare numeri, in tal senso, significa sintetizzare una serie di elementi che rappresentano la lettura più diretta di quanto esaminato.

Nel caso specifico si tratta di un’indagine su  Giampilieri e dintorni, vale a dire Briga Marina, Molino, Itala, Scaletta Zanclea. i paesi della provincia messinese che la notte tra il 30 settembre e il primo ottobre dell'anno scorso, venivano colpiti da un terribile nubifragio. Le valanghe di fango e gli smottamenti misero in ginocchio una fascia di territorio lunga 3 km e mezzo e provocarono la morte di 37 persone. La pioggia quella sera si trasformò in un killer spietato, non più acqua principio base della vita, ma al contrario mezzo di morte e distruzione.

In circostanze come questa, piante le vittime ed espressa  solidarietà alle famiglie colpite, emergono tanti quesiti. Cosa doveva farsi prima? Cosa non è stato ancora fatto? A cosa è da attribuire la tragedia? Quale il meccanismo da mettere a regime affinché la cronaca futura non racconti altre tristi pagine?  Troppe volte si è parlato si stragi annunciate, ed anche questa volta è accaduto. Per fortuna poi la forza della vita spinge a guardare avanti e la gente ha mostrato voglia di riprendere l’ordinaria quotidianità.

Il sondaggio ha interessato, per un 40%,  un campione di età tra i diciotto ed i quarant’anni, mentre il restante 60% ha più di quarant’anni, secondo la stratificazione demografica esistente. È stato diviso per sesso, residenza (Giampilieri, 34%, Scaletta Zanclea, 15%, altro (50%) ed istruzione (scuola media, 20%, diploma, 55%,  laurea, 22%.

Alla prima domanda, su quanto ritengono sicuro il territorio dove vivono, il 62% del campione ha risposto “poco” e solo il 7% “molto”. Il dato è chiaramente esemplificativo di una paura che persiste ancora. I dati ufficiali dicono che in un anno sono stati spesi i 139 milioni disponibili, erogati dal Ministero dell'Ambiente (20 milioni), dal fondo Protezione civile (30 milioni) e dalla Regione con i fondi Fas 2007/2013 (65 milioni), oltre quelli ottenuti attraverso l'accordo di programma quadro (24 milioni). Il fabbisogno stimato per il ritorno alla normalità, con la costruzione di alloggi, le opere di urbanizzazione e il rimborso alle popolazioni e alle attività produttive, è, però, di 320 milioni. All'appello mancano quindi 181 milioni. La prevenzione costa, ma anche la ricostruzione e non solo, purtroppo, in termini economici.

Abbiamo chiesto se ritengono responsabile qualcuno in ciò che è avvenuto. La risposta, forse scontata nelle previsioni, è interessante nella misura: l’85% ritiene di sì. Solo il 15% ritiene che è la natura a scatenarsi. Non vi è dubbio che la rovinosa frana verificatasi lo scorso anno è il risultato di decenni di sfruttamento di un territorio morfologicamente complesso nel quale i paesi si estendono senza soluzione di continuità, compressi fra la linea di costa e le montagne. Quindi, un territorio con queste caratteristiche, andava trattato nella giusta maniera: si doveva costruire con estrema oculatezza, non dovevano essere abbandonate le attività agricole e, soprattutto, occorreva evitare la deforestazione selvaggia.

In tutto questo le responsabilità sono da attribuire, per il 68% agli amministratori locali, per il 26% al governo nazionale e per il 6% all’abusivismo. Per i cittadini colpiti dal disastro sono in gran parte gli organi locali ad avere imputate le colpe. Un dato di sfiducia sui propri rappresentanti diretti, su coloro che si ritiene rappresentino o meglio debbano rappresentare, le istanze al livello a loro più prossimo.

Interessante il dato sull’apporto delle categorie professionali: il campione è quasi equamente distribuito tra molto (46%) e poco(41%). Da rilevare che la domanda era riferita ai momenti cruciali dell’alluvione, una risposta, quindi, molto condizionata dalla sfera emotiva e dalla percezione individuale.

Per quanto riguarda l’ammontare delle abitazioni ripristinate, il 4% ha risposto “molto”, il 58% “poco”, il 38% “molto poco”. Le risposte evidenziano un dato negativo sulla gestione della ricostruzione. Quel 4% che ritiene molto il già fatto si riferisce ai numerosi cantieri attivati, ma resta da fare parecchio, perché il disastro è stato immane. Certamente partiranno altri cantieri per mettere in sicurezza e rifunzionalizzare il territorio e dare uno sbocco all'acqua che scende dalle montagne. Si dice che ci sarà una seconda fase relativa ai rimborsi alle persone che hanno perso la casa, alla ricostruzione degli alloggi per le persone meno abbienti che anche con i rimborsi non ce la farebbero ad avere una nuova casa e che tutti saranno messi nelle condizioni di ricostruire la propria casa nel contesto urbano e non fuori dalle città. Perché questa è la strada scelta: recuperare il tessuto urbano esistente: realizzare una new town. Qui il modello Abruzzo non è stato importato. Di ricostruzione delle case distrutte si parla in termini di impegno, senza progetti, finanziamenti certi e, soprattutto, senza data. Si tratta di aspettare i tempi e i modi di una ricostruzione pubblica ancora da programmare.

Il ruolo delle istituzioni locali è ritenuto positivo dal 32% degli intervistati; dato che scende ad appena l’11% in riferimento alle istituzioni nazionali. Numeri chiaramente rappresentativi di un senso di vuoto avvertito dalle popolazioni colpite che sentono distanti gli amministratori locali, ma soprattutto lo Stato.

Sulle iniziative di prevenzione messe in campo nell’ultimo anno, il 58% ritiene che è stato fatto poco ed il 30% molto poco. Il 12% che ritiene si sia fatto molto è basso e risente di condizioni soggettive. La prevenzione è un campo difficile, in queste zone particolarmente complessa. Sappiamo di lavori realizzati e di quelli ancora da realizzare, interventi a carattere sperimentale ed innovativo in virtù di alcune soluzioni tecniche adottate per la messa in sicurezza a breve e lungo termine. Ad esempio in alcuni casi le aree franate sono state imbrigliate con dei sacchi di juta trattenuti da reti metalliche, cosicché la vegetazione crescendo renderà invisibili gli interventi di consolidamento. In generale si è trattato di lavori complessi, è stato necessario studiare diverse soluzioni per i diversi problemi tecnici che si presentavano. Questo a causa dell'urbanizzazione senza criteri dell'area, con delle infrastrutture realizzate in troppi casi superficialmente rispetto alle caratteristiche morfologiche del terreno. A un anno dalle frane volendo tracciare un primo bilancio delle opere realizzate sotto il coordinamento della struttura commissariale istituita con ordinanza della Presidenza del Consiglio dei Ministri, si contano una sessantina di interventi in fase di completamento. Tecnici e mezzi della Protezione civile regionale, del Genio civile di Messina, di Provincia e Comune, delle Ferrovie dello Stato e del Consorzio Autostrade Siciliane, stanno operando a partire dalla messa in sicurezza dei costoni rocciosi e dei versanti delle colline franate. Ma di tutto questo la gente sembra avere poca cognizione. O forse è troppo poco…?

 Abbiamo cercato di comprendere chi è stato loro più vicino nell’emergenza: le forze dell’ordine, le associazioni di volontari e gli ordini professionali sono risultati in cima alla classifica. Dato che conferma la mancata percezione delle istituzioni, compresa la Chiesa stavolta, e che di contro rilancia quella sussidiarietà orizzontale da tante parti invocata quale elemento migliorativo del funzionamento dell’intero apparato statale. I geologi sono stati chiamati in causa per ragioni professionali e la loro risposta positiva ha sottolineato i tratti si sensibilità di una categoria che svolge, ma ancora di più in certi territori deve svolgere, una funzione delicata.

Sulla sicurezza nelle proprie case il 70% risponde negativamente. La paura è ancora tanta. Chi ha vissuto quei momenti fa fatica a non ricordare gli oltre 220 millimetri di pioggia che in meno di cinque ore (quanto ne cade normalmente in due mesi) si sciolsero in fiumi di fango che invasero i centri abitati, le strade e la ferrovia, distruggendo decine di abitazioni. Ogni volta che piove, scendono in strada. E si guardano alle spalle. Le montagne fanno sempre paura.  Non basta la presenza degli uomini della protezione civile, i cartelli disseminati ovunque con le istruzioni per l'uso in caso di piogge torrenziali, le sirene che suonano e i bollettini di allerta meteo che, adesso sì, vengono diffusi con grande solerzia.

Nonostante le polemiche c’è voglia di rinascita. Vanno ricercate le soluzioni giuste in una prospettiva di lungo raggio. Esemplificativo Giampilieri, dove si discute tra chi vuole salvare e chi intende sacrificare una trentina di abitazioni per realizzare un canale dove far defluire eventuali detriti della montagna. Non è più tempo di commettere errori. Non si può indulgere su una messa in sicurezza definitiva dei territori coinvolti, anche a costo di sacrificare qualcosa già esistente. Bisogna lavorare, facendo ognuno al meglio la sua parte, per garantire un futuro sereno ai residenti di queste terre.

 

                                                                                                           Anna Mangiafico - Coordinatore Regionale