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La Politica delle Donne

La Politica delle Donne

 

Sabato 5 Marzo 2011

Hotel Roma - Sala Athena - Siracusa

La donna italiana: una risorsa da non temere

…”esistono in questo paese risorse straordinarie, probabilmente più nel mondo femminile che in quello maschile. Le donne hanno più energie, perché sono state più schiave, E il momento del risveglio può essere grandioso. Sono loro che possono per prime liberarsi di una visione gerarchica del mondo”

L’Eurispes Sicilia, al di là delle celebrazioni dell’8 Marzo, accoglie con favore ogni momento di riflessione sul tema della condizione della donna, impegnata tra il moltiplicarsi dei ruoli che la società richiede e la necessità di districarsi all’interno di una complessità sempre più crescente: la situazione lavorativa, la percezione delle proprie condizioni economiche, ma anche i valori fondamentali, i cambiamenti del rapporto uomo-donna e la presenza femminile nella scena politica.

Gli stereotipi lungo la strada della parità tra i sessi. I retaggi culturali sedimentati sono duri a modificarsi. Ad esempio molti ancora si chiedono se “donne filosofe” siano realmente esistite. Agli addetti ai lavori possono venire in mente Hannah Arendt, o Simone de Beauvoir, ma sono considerate, di solito, le eccezioni che confermano la regola. L’opinione corrente vuole che etica e filosofia sono una faccenda da uomini. E invece, da più di 2600 anni le donne riflettono sul mondo che vedono e cercano di trasmettere il loro pensiero. Questo per dire che la sopravvivenza di pregiudizi e stereotipi di genere può influire negativamente sui rapporti tra i sessi, sulle scelte personali e professionali delle donne, sul loro benessere e sul loro successo.

L’ormai massiccio inserimento delle donne nel mondo del lavoro e quindi l’abbandono, da parte loro, di un ruolo sociale caratterizzato esclusivamente dalla cura della casa e della famiglia, determina che quasi una persona su quattro ritiene i ruoli  distinti, riconoscendo alcune peculiarità rispettivamente agli uomini ed alle donne.

Qualche dato “antropologico”. Le risposte degli uomini e delle donne non si differenziano in modo significativo in relazione all’interscambiabilità dei ruoli (la pensa così il 69,8% delle donne e il 66,5% degli uomini), a conferma del fatto che, almeno in teoria, anche la maggior parte degli uomini oggi riconosce la necessità di un supporto maschile in compiti come l’organizzazione della casa e l’educazione e la cura dei figli.

Secondo la metà degli italiani (51,7%) gli uomini e le donne sono diversi per natura, per il 28% non sono realmente diversi, per il 17,2% sono diversi soprattutto per ragioni culturali.

Ben il 77% degli italiani ritiene inoltre che le donne siano più determinate degli uomini ed il 70,6% pensa che siano più sensibili. Per quanto riguarda gli uomini, fra le caratteristiche generalmente attribuite, risulta confermata solo quella relativa al temperamento più violento rispetto a quello femminile: è di questa opinione il 72,4%. La quasi totalità degli italiani concorda invece con l’affermazione secondo cui una donna può riuscire bene quanto un uomo in qualsiasi campo (92,3%, contro il 6,1% di chi dissente).

Donne e lavoro. Secondo dati del 2006, era evidente come il ruolo e la condizione della donna in Italia presentassero il rischio di una pericolosa involuzione culturale, sociale ed economica. Ancora nel 2007, l’Italia si collocava all’ultimo posto della classifica dei tassi di occupazione femminile (46,6%), capeggiata dalla Norvegia (74%), dalla Danimarca (73,2%) e dalla Svezia (71,8%). Il nostro Paese è però quello in cui si è verificato un maggiore incremento occupazionale femminile tra il 2000 ed il 2007 (+7%). In tema di parità tra uomini e donne l’Italia si colloca al 45° posto della classifica stilata dal World Economic Forum, ben lontana da paesi come Canada (7°), Inghilterra (8°) o Germania (9°), e dietro Lettonia, Zimbabwe, Bangladesh o Malesia. Il dato è significativo di quanto potenziale economico e produttivo il nostro Paese disperde a causa della bassa partecipazione femminile al mercato del lavoro. Anche le retribuzioni rilevano disparità. La differenza tra lo stipendio medio maschile e quello femminile è di 4.000 euro l’anno, con uno scarto percentuale pari al 16%.  

    Sull’argomento inoltre vige ancora una “questione meridionale”: solo il 31,1% delle donne del Mezzogiorno risultano occupate, a fronte del 57,5% delle abitanti del Nord-Est, del 56,4% di quelle del Nord-Ovest e del 51,8% di quelle del Centro.

   Il 52% della popolazione è donna, ma la prevalenza numerica non trova riscontro nell’occupazione di posizioni di responsabilità. Se consideriamo il tipo di occupazione i maschi si confermano leader. Il sesso forte occupa posizioni di leadership  in politica (89% vs 11%), in economia (84,5% vs 15,5%) e nel settore culturale (81,5% vs 18,5%). Il divario si riduce solo nel campo dell’arte e della comunicazione (62,2% vs 37,8%).

    Una nettissima maggioranza di italiani condivide l’idea che un numero maggiore di donne dovrebbe occupare posizioni di rilievo nell’ambito politico ed imprenditoriale (84,6% contro 13,3%). Il fatto che sono ancora poche, rispetto agli uomini, le donne che ricoprono ruoli direttivi nelle aziende e, ancor più, in politica, spinge quasi tutti gli interpellati ad affermare che bisogna favorire maggiormente il loro accesso alle posizioni di effettivo potere.

Imprese in rosa. Al 31 dicembre 2007, il numero di imprese femminili risulta pari a 1.243.192 (il 24% del totale delle imprese attive). In valori assoluti le capolista sono la Lombardia (166.981 imprese “rosa”), la Campania (131.458), la Sicilia (101.809), il Lazio (101.535) e il Piemonte (100.527).  La maggior parte delle imprese femminili operano nel settore dei servizi pubblici, sociali e personali (49,1%), in quello dei servizi domestici (42,8%) e della sanità (41,9%).

Donne al lavoro. Lo studio ha evidenziato come il 74,2% delle intervistate che lavorano ha un contratto subordinato a tempo indeterminato, l’11,8% a tempo determinato, mentre l’8,1% a partita I.V.A. e il 5,9% un contratto atipico. La tipologia di impiego vede la maggior parte delle donne lavoratici impegnate in un lavoro a tempo pieno e solo il 21,5% usufruisce di un part-time. I fattori ritenuti più importanti sul posto di lavoro sono per le donne i rapporti umani (60,2%) e la stabilità contrattuale (43%), ma anche il livello retributivo (32,8%).

È opinione diffusa (68,6%) che la donna, anche quando ha figli, non dovrebbe rinunciare al lavoro. Nonostante l’ingresso massiccio delle donne nel mercato del lavoro, con un impegno sempre più qualificato ed un investimento di energie spesso notevole, resta diffusa la convinzione che il principale ambito di realizzazione femminile sia rappresentato dalla famiglia e dai figli. L’idea secondo la quale la cura della casa sarebbe soprattutto compito della donna trova d’accordo il 37,1% degli italiani e viene invece respinta dal 62,1%. Sebbene sia da evidenziare come per il 40% degli uomini questa mansione spetti alla donne.

Alle persone è stato chiesto di esprimersi sul modo in cui, a loro avviso, le donne sono cambiate maggiormente negli ultimi decenni. Quasi la metà degli italiani (49,6%) pensa che le donne sono innanzitutto diventate più indipendenti. Il 19% risponde invece che oggi le donne sono più sicure di sé, il 9,1% che sono più interessate all’affermazione professionale, il 7,4% che sono più spregiudicate, il 6,9% che sono più aggressive con gli uomini e solo il 5,3% che sono meno interessate alla famiglia.

I cambiamenti che hanno invece investito l’universo maschile negli ultimi decenni e che sono stati segnalati con maggior frequenza sono la partecipazione più attiva alla cura e all’educazione dei figli (27,3%) ed un atteggiamento più spaventato di fronte alle donne (22,1%). Gli uomini sono più disorientati sul loro ruolo nella società secondo il 16,5% degli italiani, meno maschilisti secondo il 13,8%, si occupano più spesso delle faccende domestiche secondo il 9,2% e mostrano con più naturalezza le loro debolezze secondo il 6,2%. Per il 37,7% degli italiani gli uomini maschilisti sono molti. Ci si poteva aspettare che fossero soprattutto le donne a lamentare il maschilismo di molti uomini; al contrario non si sono evidenziate posizioni diverse fra intervistate ed intervistati.

La maternità diventa un handicap. Secondo una ricerca dell’Eurispes del primo semestre del 2008, il 65,7% delle donne sono convinte che il lavoro o la carriera professionale costringano molte a dover rinunciare o rimandare la maternità. Una donna su nove, nel 2006, è uscita dal mercato del lavoro momentaneamente o definitivamente dopo la nascita di un figlio non essendo supportata né dal partner, né dai servizi in un sistema di Welfare, come il nostro, caratterizzato da una spesa sociale tra le più basse d’Europa. ( In materia di spesa pubblica per la famiglia, la casa e l’esclusione sociale, l’Italia si colloca al penultimo posto della graduatoria europea, cui dedica appena l’1,1% del Pil, contro una media della Ue a 15 pari al 3,4% ).

La maternità è, quindi, il principale motivo di abbandono del lavoro da parte delle donne, il fattore che determina lo scivolamento verso l’inattività o il sommerso femminile nonché fonte di discriminazione sui luoghi di lavoro.

La maggioranza delle donne è favorevole alla convivenza (67,1). Per quanto riguarda il divorzio sono più favorevoli le donne tra i 45 e i 64 anni (79,4%) e meno le ultrasessantacinquenni (51,4%), anche se le giovani tra i 25-34 fanno registrare un alto numero di contrarie (33,7%).

Oltre la metà delle donne, il 60,1%, è poi favorevole alla fecondazione assistita, con una netta prevalenza delle giovanissime (71,7%).

Il ricorso all’aborto è invece ritenuto legittimo soprattutto se esiste un pericolo per la madre (81,7%), ma anche in caso di gravi anomalie e malformazioni (74,6%) e in caso di violenza sessuale (66,2%). Meno accordo si riscontra nel caso in cui il ricorso all’aborto sia motivato da difficoltà socio-economiche (25%) o da un rifiuto della donna di avere figli (19,6%).

Il 48,1% delle donne, infine, si dichiara d’accordo con l’affermazione secondo cui le donne potrebbero dire Messa, il 45,1% di esse è invece contrario. Una quota consistente (6,8%) non sa o non si esprime al riguardo.

Quando i soldi non bastano. Il 61,5% delle donne intervistate incontra difficoltà a far quadrare i conti, tanto da dichiarare che il denaro a loro disposizione non basta per arrivare a fine mese. Sono soprattutto le donne del Sud (71,7%) e delle Isole (79,3%) a denunciare le ristrettezze economiche, facendo registrare un divario con quante abitano a Nord-Ovest (54,9%) e soprattutto a Nord-Est (50%).

politiche a sostegno della famiglia. Il cambiamento più importante del modello tradizionale della famiglia è senza dubbio costituito dalla dimensione del nucleo familiare: tra il 1994 e il 2005 il numero medio dei componenti è sceso da 2,8 a 2,5. Il tasso di fecondità, in poco più di trent’anni, ha subito un drastico decremento: dai 2,41 figli per donna del 1971 si è progressivamente abbassato a 1,60 nel 1981, 1,35 nel 1991, fino a raggiungere il minimo storico nel 2001, con appena 1,25 figli per donna. Nel 2009, si è registrato un incremento del tasso di fecondità (1,41), ma questo aumento è in gran parte correlato a quello dalla presenza degli immigrati nel nostro Paese.

La cura dei figli, aspettando i nidi. Gli asili nido pubblici sono pari a 2.404 unità e coprono quindi 4/5 dell’offerta complessiva. Siamo ben lontani dall’obiettivo definito trent’anni fa a livello legislativo (legge 1044/1971) di istituire entro 5 anni almeno 3.800 strutture pubbliche per la cura della prima infanzia. Le regioni del Centro e del Nord vantano una maggiore capacità di rispondere alla domanda potenziale di servizi. Ben il 58,8% dei nidi d’infanzia si concentra al Nord, mentre il Sud accoglie appena il 17,5% delle strutture. 

In questo quadro, la conciliazione resta ancora troppo spesso legata alla presenza di una rete familiare in grado di sostenere la riorganizzazione dei tempi di vita derivante dalla doppia presenza della donna in seno alla famiglia e alla società: senza questa rete ancora troppi sono gli ostacoli che si frappongono al diritto delle donne di essere madri e lavoratrici, soprattutto al Sud e nelle Isole.

Coppie di fatto: le stime dell’Eurispes. Le trasformazioni delle strutture familiari e sociali hanno scalfito il primato del modello di coppia coniugata con figli, a favore di una crescita esponenziale di nuove forme di “vita vissuta”, come le coppie di fatto – più che raddoppiate in un solo decennio, passando da 227mila a 555mila (1993-2003). L’Eurispes stima che in pochi anni successivi il numero delle coppie di fatto salirà a quasi 700.000, con un incremento percentuale del 24,3%.

Matrimonio: quando lei è più grande di lui. Un aspetto curioso e totalmente nuovo nella tradizione del matrimonio in Italia è quello dell’aumento delle unioni in cui la sposa è di età maggiore rispetto allo sposo (30%). Questo fenomeno si registra soprattutto nelle grandi città.

Più in generale, in Italia si è verificato un netto calo delle unioni matrimoniali: ben 146.697 in meno in poco più di 40 anni. Nel nostro Paese ci si sposa meno che nel resto d’Europa e, infatti, il tasso di nuzialità nostrano è fra i più bassi (4,5), al di sotto della media Ue (4,7) e ben lontano da nazioni quali Grecia (5,3), Portogallo (5,1) e Spagna (5).

Quasi un matrimonio su due è destinato a “rompersi” nel giro di pochi anni, una media impressionante che testimonia la profonda crisi di questa istituzione. Si giunge più tardi a pronunciare il fatidico sì. Se non si registrerà una inversione di tendenza, nei prossimi anni i genitori italiani dovranno rassegnarsi a vedere prolungata la permanenza dei propri figli in casa ben oltre la soglia dei 30 anni.

Le tutto-fare non rinunciano alla bellezza. Mamme, mogli, lavoratrici. Ma se la società attuale attribuisce alla  bellezza esteriore un valore imprescindibile, ecco che le donne si adeguano. Sempre più “belle ad ogni costo” non rinunciano ai prodotti ed ai trattamenti di bellezza più sofisticati, alla palestra, alle diete drastiche e, perché no, ad un intervento miracoloso.

Mediamente per voce del bilancio “bellezza e cura per il corpo” una famiglia spende dai 300 ai 350 euro al mese. Se i prodotti di bellezza si acquistano almeno ogni due mesi, ogni membro della famiglia destina dai 40 ai 50 euro al mese all’attività sportiva frequentando una palestra.

La politica e le donne

La scarsa presenza delle donne in politica è, da tempo, centrale nel dibattito pubblico e istituzionale. Il tema si affianca a quello, più generale, sulle pari opportunità, ed ha portato ad interrogarsi sugli elementi che possono fornire effettiva sostanza a tale principio. L’uguaglianza formale non garantisce eguali condizioni di partenza. Da questo punto di vista, le quote rosa o, più in generale, le misure volte a favorire un trattamento speciale nei confronti del genere femminile, mirano a contrastare la dinamica per cui le donne continuano, statisticamente, ad essere discriminate e lontane dalla politica e, in generale, da tutti i posti decisionali.

L’Eurispes ha voluto sondare l’opinione degli italiani anche in merito a queste tematiche. In questo caso si è ritenuto di evidenziare le risposte sia degli uomini sia delle donne per offrire una lettura del problema attraverso entrambe le prospettive.

Quale significato danno gli italiani all’espressione “pari opportunità”? Solo il 17,5% ritiene significhi “riservare a uomini e donne lo stesso numero di posti in ogni ambito”, considerando dunque il problema delle pari opportunità meramente quantitativo. Per il 43,7% degli italiani “pari opportunità” significa invece riservare a donne e uomini lo stesso trattamento. Infine, per una parte significativa di intervistati (il 37,1%), l’espressione rimanda ad un significato più ampio e complesso, relativo alla “libertà di scegliere il proprio posto nella società, senza ostacoli derivanti dal sesso”.

È tra gli uomini  che trova maggiore diffusione una concezione in qualche modo “formale” delle pari opportunità. Tra le donne è invece più diffusa l’opinione che l’espressione “pari opportunità” rimandi alla possibilità di scegliere il proprio posto nella società, senza ostacoli derivanti dal sesso. Questa posizione è prevalente tra gli elettori di sinistra e centro-sinistra (41%). Diversamente, tra quanti fanno riferimento ad un’altra area politica oppure non hanno una collocazione politica definita prevale l’idea (45,0%) che l’espressione significhi riservare a uomini e donne lo stesso trattamento. Al crescere del titolo di studio aumenta la percentuale di quanti intendono l’espressione come la libertà di scegliere il proprio posto nella società, senza ostacoli derivanti dal sesso, che sale dal 24% tra gli intervistati in possesso della licenza elementare al 47,9% tra i laureati e quanti hanno conseguito una specializzazione post-laurea.

Appena l’8,3% del campione ritiene che le donne siano già sufficientemente rappresentate.

La percentuale di quanti non giudicano necessari interventi a favore della femminilizzazione della politica, pari al 3% tra gli elettori di sinistra e al 3,7% tra quelli del centro-sinistra, sale al 6,6% tra gli intervistati politicamente orientati al centro e raggiunge i valori molto più elevati tra gli elettori di centro-destra (17,2%) e di destra (al 20,6%).

Il campione si spacca rispetto alle capacità che le donne devono dimostrare di avere per affermarsi in politica. Il 50,7% non è d’accordo sull’affermazione secondo cui la donna deve dimostrare di essere molto più brava rispetto all’uomo, mentre il 48,3% si ritiene abbastanza o del tutto d’accordo. All’interno di questi dati, la percentuale di genere è divisa quasi omogeneamente al 50%.

In relazione all’area politica di riferimento, la percentuale di quanti si dichiarano abbastanza o del tutto d’accordo con l’idea secondo la quale una donna per affermarsi in politica debba dimostrare di essere molto più brava rispetto ad un uomo, è maggioritaria tra gli intervistati di sinistra e centro-sinistra.

Il 54% degli italiani ritiene che le donne in politica siano discriminate. Ad essi si aggiungono quanti (il 21,9%) attribuiscono la mancata presenza di un numero consistente di donne in politica alla difficoltà di conciliare un impegno di questo genere con i carichi familiari e professionali: le donne, dunque, secondo questi intervistati, non sono discriminate in modo intenzionale ma di fatto, in quanto la distribuzione di ruoli tra i due generi ne ostacola concretamente l’ingresso in politica. Decisamente meno diffusa l’opinione che ritiene la totalità delle donne non interessata alla politica (11,5%), così come quella di quanti ritengono il genere femminile scarsamente preparato (7,4%). Nel complesso, dunque, non emerge un pensiero pregiudizioso da parte degli uomini nei confronti della presenza femminile in politica. Sono invece le stesse interessate a sentirsi discriminate, ma anche poco preparate o interessate. Se esiste, il pregiudizio verso la presenza femminile in politica investe le donne tanto quanto gli uomini. (Slogan “donna vota donna”)

La scarsa presenza femminile in politica viene attribuita al fatto che le donne in questo campo sono discriminate. In percentuale:

-         centro-sinistra (63,6%);

-         sinistra (62,8%);

-         quanti non si identificano in un determinato schieramento politico (55,4%);

-         centro (54,1%);

-         destra (44,1%);

-         centro-destra (36,9%).

   Infine l’idea che le donne siano poche perché già troppo impegnate a conciliare casa e lavoro è diffusa soprattutto tra gli elettori di centro, che la sposano nel 29,5% dei casi (contro una media del 21,9%). Le acrobazie fatte dalle donne nella vita quotidiana per armonizzare le diverse attività sono avvertite dalla classe centrale d’età (35/44 anni) come l’ostacolo più rilevante ad una partecipazione attiva alla politica.

    Nella nostra regione è di strettissima attualità il tema dell’introduzione di meccanismi elettorali a protezione delle quote rosa. Solo il 2–3 % delle donne ricoprono in Sicilia un ruolo politico, tra deputate regionali (tre su novanta), consigliere comunali e provinciali. Sappiamo che nel marzo scorso il Pd aveva proposto di portare a due le preferenze a patto che la seconda scelta fosse di genere. Si trattava di un impianto incentivante molto soft che non forza l’elettore a preferire una donna, contrariamente a quel che avviene in molti paesi, specie del nord Europa. La proposta faceva parte di un disegno di legge che, quando è stato calato nel più ampio testo di riforma delle norme elettorali per gli Enti locali isolani, ha visto la preferenza di genere cassata in commissione. La nuova legge elettorale regionale in discussione all'Ars, potrebbe vedere, con un emendamento, il reinserimento nel testo della doppia preferenza, purché rappresentati entrambi i sessi. Per questo la parola alla politica.! Ma vediamo come la pensano gli italiani.

Due intervistati su tre, il 66,6%, si dicono favorevoli all’introduzione delle quote rosa poiché ritengono che l’imposizione per legge di un determinato numero di posti riservati alle donne sia l’unico modo di garantire una certa presenza femminile in politica. Il 16,1%, diversamente, esprime il proprio disaccordo verso la loro introduzione, in quanto è dell’opinione che le donne debbano conquistarsi le cariche pubbliche al pari degli uomini. Il 14%, infine, è sfavorevole perché ritiene che non sia attraverso un’imposizione di tipo legislativo che si possono creare le pari opportunità e che queste vadano perseguite creando le condizioni che possano assicurare alle donne un’effettiva partecipazione alla vita pubblica.

Sono le donne ad esprimere maggiore consenso verso le quote rosa: il 67,8% di esse le considera l’unico modo per garantire la presenza femminile in politica, a fronte di un dato maschile del 65,4%. Tra gli uomini, invece, è più elevata la percentuale di quanti esprimono la propria contrarietà verso l’introduzione delle quote in quanto ritengono che le pari opportunità si ottengano solo creando le condizioni per un’effettiva partecipazione delle donne alla vita pubblica (15,6%, contro un dato femminile del 12,6%). È plausibile pensare che le donne siano più scettiche rispetto alla possibilità di un cambiamento strutturale, stanche in qualche modo di aspettare le condizioni che possano garantire loro la possibilità di avere effettivamente le stesse opportunità degli uomini di dedicarsi alla politica.

Il consenso verso l’introduzione delle quote rosa, maggioritario in maniera trasversale ai diversi orientamenti, registra i seguenti valori:

-         centro-sinistra 74,7%

-         centro 73,8

-         sinistra 62,2% 

-         quanti non sono politicamente schierati 61,8%

-         destra 60,3%

-         coloro che non hanno un’opinione precisa in merito 8,8%.

Si dichiarano contrari all’introduzione delle quote soprattutto gli intervistati di centro-destra (41%) e di sinistra (36,6%). Nello specifico sono sfavorevoli poiché ritengono che le pari opportunità si ottengano solo creando le condizioni che possano consentire alle donne un’effettiva partecipazione alla vita pubblica; diversamente, il 17,2% degli elettori di centro-destra ed il 18,9% di quelli di sinistra si dichiarano contrari perché reputano che le donne debbano conquistarsi le cariche pubbliche al pari degli uomini.

Il favore mostrato nei confronti delle quote rosa, quale unico strumento per garantire la presenza femminile in politica, ha i maggiori sostenitori tra coloro che appartengono alla fascia d’età 25-34 anni (77,5%), seguiti dalle classi d’età estreme, ovvero gli ultra 64enni (70,9%) e gli under 25 (65,1%). D’altra parte, per la maggioranza degli intervistati (il 62,9%) “una legge sulle quote rosa è solo l’inizio per creare pari opportunità tra i sessi in ogni ambito”.

I 3/4 del campione (il 74,1%) concorda con la necessità di promuovere un organico sistema di azioni che possano favorire una maggiore partecipazione delle donne alla vita pubblica (misure di conciliazione, ad esempio).

Prevale, in entrambi i generi, la convinzione che per garantire pari opportunità in politica siano necessarie azioni di più ampio respiro. Infatti il 73,2% delle donne ed il 75,1% degli uomini si dichiarano abbastanza o del tutto d’accordo con l’affermazione che una legge sulle quote da sola è sbagliata e che occorra promuovere azioni che possano favorire una maggiore partecipazione delle donne alla vita pubblica. Tale affermazione, con le relative misure di conciliazione famiglia lavoro, più asili nido, maggiore ripartizione dei carichi familiari tra i due sessi, ecc…, è pienamente condivisa dagli intervistati di tutte le aree politiche; tuttavia è più diffusa tra quanti si collocano a sinistra o a destra (abbastanza o del tutto d’accordo in circa 4 casi su 5), mentre registra una quota di consensi minore tra gli elettori di centro-destra, poco o per niente d’accordo nel 29,5% dei casi.

Ottimismo sul fatto che una legge sulle quote rosa possa favorire, in materia di pari opportunità, un circolo virtuoso è espresso da una percentuale di intervistati variabile dal 73,5% dei 25-34enni al 56,9% della classe d’età successiva. Ancora una volta, dunque, quanti attraversano la fase centrale della propria vita (i 35-44enni), mostrano di “non farsi incantare”: il loro favore verso le quote, senz’altro maggioritario, rimane condizionato al fatto che il provvedimento sia parte integrante di un organico sistema di azioni che possano fornire effettiva sostanza al principio delle pari opportunità. Ed ecco il nodo centrale.

Il 69,8% degli italiani (poco meno di 7 su dieci) ritiene necessario un cambiamento di tipo socio-culturale, partendo dell’idea che la femminilizzazione della politica sarebbe favorita da una migliore ripartizione delle responsabilità familiari tra i due sessi, dunque intervenendo sugli ostacoli che impediscono o rendono difficoltosa la partecipazione delle donne alla vita pubblica. Gli uomini, prontissimi a sostenere che le pari opportunità in politica si ottengono solo creando le condizioni per un’effettiva partecipazione delle donne alla vita pubblica, sono poi un po’ meno propensi a sostenere che una maggiore presenza di donne in politica potrebbe essere favorita da una migliore ripartizione delle responsabilità familiari tra i due generi. Si dichiara infatti scettico il 26,5% degli uomini. Tra le dirette interessate, invece, ben il 73,2% ritiene che una migliore distribuzione dei carichi familiari potrebbe agevolare la presenza femminile in politica. Un dato che tra gli uomini scende al 66,1%. 

La percentuale di quanti ritengono che una migliore distribuzione delle responsabilità familiari tra i sessi potrebbe favorire una maggiore presenza delle donne in politica, maggioritaria tra gli intervistati di tutti gli orientamenti politici, è più elevata tra gli elettori di sinistra (75%) e di centro (73,8%), seguiti dagli intervistati di centro-sinistra (72,8%); invece scende al 69,7% tra gli elettori di centro-destra e al 52,9% tra quelli di destra.